Ultime pubblicazioni
"Il Dialetto Franco-Provenzale dellAlta Valle Orco"
di Lotte Zörner
COLLANA ORCO TOPONOMASTICA E LINGUISTICA
n°2/2004
Costituisce eccezionalmente la seconda pubblicazione CORSAC per il 2004
Presentazione della Prof. Alda Rossebastiano dell'Università di Torino
Lo studio delle parlate francoprovenzali di Noasca e Ceresole è il più recente contributo che l'Autrice offre alla conoscenza dei dialetti presenti in Piemonte, già brillantemente indagati attraverso il saggio su "I dialetti canavesani di Cuorgnè, Forno e dintorni", presentato nella medesima collana: un altro tassello, dunque, si aggiunge al progettato panorama delle caratteristiche linguistiche dell' Alta Italia che senz'altro comincia a delinearsi.
Forte di una ormai lunga esperienza, l'Autrice, partendo dalle inchieste da lei stessa condotte sul territorio sulla base di questionari all'uopo predisposti, descrive sistematicamente la parlata di questi due Comuni, in prospettiva sincronica, sotto l'aspetto fonetico, morfologico e sintattico. Il quadro presentato è interessante e completo, capace di colmare una delle tante lacune che ancora investono le varietà dialettali del Piemonte settentrionale. Il lavoro è quanto mai meritevole anche in considerazione della situazione demografica contingente del territorio indagato, enorme per estensione ma ridottissimo in quanto a popolazione residente, abitato da un sempre più scarso numero di persone che nella maggior parte dei casi per di più sverna in pianura. Dunque, questa è forse una delle ultime occasioni per segnare sulla carta le tracce di suoni destinati a confondersi tra altri più diffusi e sostenuti dal numero dei parlanti e dagli interessi della moderna società. Non a caso, se si osserva l'elenco degli informatori, si constata che su dodici persone citate, ben due nel frattempo hanno concluso la loro vicenda umana, portando con sé il segreto delle loro vecchie parole: non tutte però, perché molte di esse sono state fermate qui, per sempre.
L'analisi della situazione emergente è accurata e puntuale, sviluppata col distacco che riesce a mantenere chi, provenendo da altre realtà culturali, non è sentimentalmente coinvolto e possiede la freddezza che occorre per osservare l'insieme dall'alto, senza lasciarsi, come talora succede , un poco... traviare per eccesso d'amore! Può darsi che in una visione così ampia si perda qualche particolare, ma certo si mantiene tutta l'essenzialità conseguente ad un asettico esame dei dati.
A rendere prezioso lo studio contribuiscono gli opportuni frequenti raffronti con altre varietà francoprovenzali maggiormente studiate, da cui emergono rassicuranti corrispondenze e intriganti distacchi attraverso i quali il lettore intravede da un lato l'identità della base, dall' altro l'infinita possibilità di variazione, generata da situazioni particolari, da interferenze e contatti che ciascuna microciviltà, sempre modellata dagli eventi della storia, piccola e grande, racchiude in se stessa.
Ampliano la prospettiva gli occasionali controlli delle soluzioni francesi e di quelle genericamente proprie dei dialetti italiani settentrionali, utilizzate come pietre di paragone per dare spazio ad una più precisa valutazione dell' identità linguistica locale: Noasca e Ceresole, punti minimi perduti nello spazio, si colorano per contrasto e nel contempo si inseriscono adeguatamente nel tessuto linguistico circostante in un gioco di ombre e luci, di legami e di fratture, adatti a dipingere l'inesauribile mutevolezza della lingua, uguale e diversa, a seconda del punto d'osservazione.
Particolare evidenza viene giustamente concessa al raffronto con le parlate in contatto, quelle canavesane, oggi, diversamente da ieri, nettamente piemontesi, che col passare del tempo sempre più risolutamente risalgono le valli e addirittura da lontano lanciano i loro prestiti "paracadutati" in montagna attraverso i movimenti e i richiami generati dai mercati e dal lavoro in pianura. Il quadro variegato del dare e dell'avere in questo caso si complica tra dubbi irrisolti e domande problematiche cui non sempre si trova immediata risposta, ma che proprio per questo stimolano la riflessione e la ricerca.
La descrizione sincronica della microrealtà inserita in un contesto che attraverso i particolari si proietta in altre realtà a mano a mano sempre più vaste, si arricchisce talora di puntu~i precisazioni in prospettiva diacronica che danno allo studio lo spessore di una visione non isolata nel momento, bensì collegata in un divenire che si fissa in tappe il cui riferimento è il tempo, al di là dello spazio.
Nel ringraziare l'Autrice per il suo lavoro utile ed efficace, le auguriamo di mantenere vivo l'entusiasmo che finora l ha sostenuta: egoisticamente le ricordiamo che ancora tanto resta da scavare nella dura roccia delle parole che vivono nelle nostre valli!
Prof Alda Rossebastiano
Università di Torino
COLLANA ORCO ANTHROPOLOGICA
n°1/2004
ALPINISMO E ALPINISTI CUORGNATESI
Note storiche 1875-1985 IL DIARIO DI PINOTTO VASSALLO
Di Giovanni Bertotti. 2003, 128 pp., ill. b.n.,
Prefazione
Rupes sunt itinera virtutis et valetudinis
Giuseppe Vassallo "Pinotto" pose questa frase in latino a premessa del suo diario di montagna come sintesi di tutta la sua filosofia alpinistica e di vita.
Pìnotto è stato un personaggio molto caratteristico, conosciuto e popolare, "pioniere" dell'alpinismo cuorgnatese nella prima metà del secolo scorso.
Il manoscritto, che si è ritenuto di pubblicare a ricordo del 2002 come "anno della montagna"; è conservato nella biblioteca della Sezione di Cuorgné del Club Alpino Italiano e copre il periodo dal 1906 al 1922 che segna la diffusione dell'alpinismo a livello popolare.
Per inquadrare meglio la pubblicazione si era pensato di premettere una breve introduzione per delineare il personaggio e le vicende alpinistiche dell'epoca rievocando anche alcune delle personalità più significative.
Il materiale ritrovato, in gran parte inedito, ha permesso di ricostruire, almeno nelle linee generali, il complesso rapporto dei cuorgnatesi con la montagna con episodi interessanti, almeno per gli appassionati di montagna.
Si è così deciso di pubblicare, sia pure in modo sintetico, i risultati di queste ricerche, non potendo "portare tutti i documenti per intero, come i verbali delle varie associazioni alpinistiche o le relazioni dettagliate delle gite sociali, che potrebbero essere invece oggetto di studi specifici. Né si è potuto trascrivere i diari degli altri alpinisti; come quello interessantissimo di Antonio Vernetti "Tunin" protagonista per oltre cinquant'anni del Club Alpinistico Cuorgnatese e della Sottosezione Canavesana del C.A.I e primo capostazione del Soccorso Alpino.
Molti eventi, anche importanti, possono esserci sfuggiti, come di molti personaggi si è persa la memoria; abbiamo cercato di tracciare una trama generale dell'evoluzione del modo di concepire l'alpinismo e dei personaggi che lo hanno influenzato. Speriamo che altri studiosi possano continuare queste ricerche completandole e restituendo a Cuorgnè un altro pezzo della sua storia.
Giovanni Bertotti
Cuorgné, aprile 2003.
COLLANA ORCO ANTHROPOLOGICA
2003
PRIMA CHE IL GALLO CANTI
- Aspetti della rivoluzione e controrivoluzione in Canavese e dintorni sul finire del secolo XVIII
di Domenico Forchino
Quando, nel 1999, uscì lultimo libro dellAvvocato Domenico Forchino ("IL CAMBIO DELLA GUARDIA - Echi di vita pubblica canavesana sul finire del secolo XVIII"), molti auspicavano di vedere presto un suo ulteriore approfondimento su quel periodo, come promesso.
Domenico Forchino è stato di parola: vede oggi infatti la luce (ancora per i tipi della Tipografia Bolognino di Ivrea ed inserita come la precedente nella collana editoriale del CORSAC di Cuorgnè) una nuova opera, allaltezza della precedente ed ideale sua continuazione.
Ne "PRIMA CHE IL GALLO CANTI - Aspetti della rivoluzione e controrivoluzione in Canavese e dintorni sul finire del secolo XVIII" lAutore da tempo intento ad approfondire gli studi sul periodo a cavallo tra i secoli XVIII e XIX supportato da un solido bagaglio culturale ed una profonda conoscenza del periodo storico considerato, procede, dopo attenta e personalissima analisi delle fonti, con la consueta perizia, nello sviscerare gli avvenimenti di quel tormentato periodo pesantemente influenzato dagli effetti della rivoluzione francese.
Con ritmo (vedi il capitolo "Il nemico si avvicina") e stile, sulla scorta di documenti inediti o rivisti in diversa luce, lavvincente modo di Domenico Forchino di narrare la storia (esemplare, al riguardo, il capitolo introduttivo) ci proietta concretamente in quel passato, facendoci rivivere emotivamente le sue umane grandezze e debolezze.
LAutore si produce in un vivace ritratto dello spazio temporale compreso tra "Rivoluzione" giacobina e "Controrivoluzione" (tenuto conto, come egli afferma, che "le rivoluzioni non si possono cancellare con un tratto di penna" e che "il ritorno al passato non poteva essere come prima"), con approfondimento di alcune vicende prettamente eporediesi.
Di queste ultime sono particolarmente significativi i capitoli concernenti latteggiamento dellallora Vescovo di Ivrea Monsignor Ottavio Pochettini di Serravalle, le misconosciute vicende della presa del forte cittadino della Castiglia, linteressante relazione del Sindaco di Ivrea, il Conte Mosca (che traccia un succinto quadro degli avvenimenti occorsi e delle rispettive cariche ricoperte in Ivrea dal dicembre 1798 al maggio 1799 sotto il Governo Repubblicano ed è fonte di preziose informazioni sullambiente cittadino e sulle sue istituzioni), o la rivoluzione "smarrita" del 1797.
La professione forense di Domenico Forchino traspare pienamente in alcuni capitoli di questo nuovo libro, quali quello concernente il Tribunale di alta Pulizia di Ivrea (una comune ed approfondita ricerca presso lArchivio di Stato di Torino ha permesso di trovare, al momento, purtroppo solo poche carte, ma si sa, le speranze dei ricercatori sono dure a morire ) ed un processo di quel Tribunale rivoluzionario a carico di tale Claudio Piccolet, nonché il capitolo riguardante i giudici e le giudicature nel periodo.
Con molta umiltà lAutore così descrive il suo lavoro: "abbiamo esplorato per via qualche angolo buio, incontrato personaggi, sentito testimonianze, trovato carte preziose e tentato di ricostruire, col loro aiuto e fin dove possibile, unindagine, un clima, un ambiente e una rivoluzione, o quel che le assomiglia, che sembrava smarrita e possiamo adesso considerare ritrovata in attesa che prima o poi emergano dal buio degli archivi i documenti ancora mancanti per completare nei particolari il quadro generale degli eventi che abbiamo tracciato ".
E adesso, passata la fatica e assaporata la gratificazione di aver fatto un buon lavoro, è tempo credo di "sentire il gallo cantare", ossia di attenderci una nuova ed avvincente rivisitazione storica di Domenico Forchino delle vicende che hanno seguito la vittoria napoleonica di Marengo!
Guglielmo Berattino
COLLANA ORCO ANTHROPOLOGICA
2002

Capitoli:
1- I signori rurali del Canavese.
2- Il borgo di Cuorgnè ( La sua nascita sotto le signorie rurali )
3- I Conti del Canavese (Le loro origini e genealogia, le date della loro comparsa sul territorio secondo fonti sicure.)
4- Belmonte (Unica signoria alto canavesana della quale, in quanto ecclesiastica, ci sono pervenuti i documenti autentici. Venne a lungo angariata ed infine occupata dai Valperga).
Con lappoggio delle nozioni storiografiche sviluppate a Torino da Giovanni Tabacco e dalla sua scuola, e delle recenti indagini sulla vicenda arduinica e sui conti del Canavese, Bertotti studia levoluzione dellassetto del territorio e della gestione del potere in Canavese dal latifondo tardo-romano, attraverso la curtis alto-medievale, sino alle signorie locali e allinvasione dei discendenti dei conti di Pombia.
Lattenzione è focalizzata in particolare sulla signoria dei Valperga e si dimostra come essi, producendo falsi documenti per confortare i loro diritti, abbiano alterato la storia più antica del Canavese.
PREFAZIONE
Il Canavese come laboratorio per gli storici
di Giuseppe Sergi Alcune zone si prestano particolarmente a essere "laboratori di verifica" per il lavoro degli storici, e poche lo sono come il Canavese. Questo libro ha il gran merito di mostrarci in trasparenza perché lo è, rinunciando agli elementi più esteriori di fascino del medioevo "immaginario". Con una bella semplicità, che tuttavia non elude i problemi, ci introduce a un quadro ricco non di integrazioni fantastiche (come troppo volte è avvenuto in passato) ma di meccanismi concreti e ben documentati.Immagino non sia facile rivolgersi a un pubblico locale sottraendogli alcune certezze a cui è abituato: identificazioni toponomastiche forzate, la trasmissione tutta dinastica dei poteri sin dallalto medioevo, genealogie traballanti ma date per acquisite da generazioni, i potenti locali sempre come "feudatari" dei re e, in questa zona, sempre come discendenti di re Arduino. Molte di queste deformazioni hanno origini antiche, sono state costruite per legittimare il proprio potere da uomini degli anni di transizione fra il medioevo e l'antico regime: non ci si deve dunque stupire se prima l'erudizione nel suo insieme e, in un secondo tempo, almeno la storiografia non professionale, abbiano continuato a divulgare errori (fondati su documentazione falsa o su spiegazioni troppo semplici) non inventati, ma ereditati da quello stesso passato che intendevano ricostruire.
Il libro di Bertotti ha il gran merito di tener conto delle convinzioni tradizionali e, al tempo stesso, di smontarle dall'interno, mostrandone con calma e con garbo l'inconsistenza e sostituendole con spiegazioni fondate che, giustamente, non trattano il Canavese come un territorio a parte rispetto agli sviluppi generali del medioevo italiano ed europeo.
Nel costruire il suo discorso l'Autore si è reso conto dei rischi comportati dalle conoscenze scontate. Non si può fare nessuna storia, e neppure storia dei Valperga, con pregiudizi profonda-mente errati: come la persuasione che la «curtis» sia unazienda chiusa corrispondente all'economia di baratto, come l'idea di una sicura corrispondenza fra ricchezza latifondistica e potere locale, come l'illusione che si possa e si debba, per tutti i potenti, trovare un antenato ufficialmente incaricato dal re dei suoi poteri.
Se si hanno pregiudizi del genere, le novità delle pagine seguenti non si colgono. Per evitare questo rischio Bertotti ha fatto una scelta quasi 'didattica', introducendo anche gli strumenti per capire. Così alcune preziose parti sono dedicate a descrivere che cos'è un "dominatus loci", attraverso quali processi (dal basso più che per deleghe dall'alto) si formi la signoria rurale, come funzioni una "curtis" dagli anni della sua gestione bipartita (diretta e indiretta) sino alla fine del suo ciclo vitale (a cavallo fra i secoli XI e XII), quando dell'antica «curtis» rimane solo il ricordo del centro (il "caput curtis" e varie località mantengono di curtense soltanto il nome, non più il funzionamento. È in questa fase che la nostra toponomastica si riempie di villaggi che hanno la radice curtis nel loro nome.
Questa chiarezza concettuale, a cui Bertotti ha informato la propria opera, è utile anche per accompagnare il lettore nei meandri dei poteri del Canadese. Che, come si è detto, è un «laboratorio» non solo perché assiste alla concorrenza fra signori di castello, poteri temporali dei vescovi e stentata ma avvertibile affermazione del comune di Ivrea, ma perché ci mostra anche una complessa tipologia di quei signori. Ce ne sono di almeno tre tipi: 1) signori che discendono da quella che la storiografia professionale definisce aristocrazia d'ufficio", formata da conti, marchesi e custodi di castello che erano veri ufficiali regi, incaricati formalmente dei loro poteri; 2) signori che sono immediatamente tali, «dòmini» che hanno allestito la loro potenza senza deleghe, coniugando la loro ricchezza in terre con l'intraprendenza militare e con una rete di rapporti di consenso; 3) signori che hanno costruito spontaneamente i loro poteri ma fingono di avere un'origine pubblica.
Un signore di castello che, nei secoli centrali del medioevo, voglia consolidare la sua autorità, fa frequentemente un interessante gioco propagandistico: da un lato prova a insistere sull'origine pubblica del suo castello (come se un antenato fosse stato un "custos castri" ufficiale) perché così nessuno può contestare la legittimità del potere che da quel castello promana; dall'altro insiste anche sul carattere patrimoniale e di famiglia del castello medesimo, perché a nessun potere superiore possa venire in mente di sottrarglielo per affidarlo a un nuovo incaricato.
È un'operazione di immagine contraddittoria e difficile, che tuttavia di solito riesce.
L'Autore, nel passare in rassegna i diversi potenti locali, ha sempre ben presente questa classificazione, e ci aiuta a capire meglio le dinamiche della zona. Con un'attrezzatura concettuale certamente nuova per pagine inizialmente suggerite dall'affetto per i luoghi, il libro sceglie una forma espositiva che è nel solco di una nobile tradizione storiografica: la cosiddetta "antiquaria", consistente in una presentazione ordinata e cronologica dei documenti di cui disponiamo, che fa parlare i documenti direttamente tutte le volte in cui ciò si rivela possibile. È stato indotto a ciò dalla constatazione che molti erano i documenti falsi o falsificati che giustificavano la "vulgata" delle conoscenze in fatto di storia canavesana.
Quindi i falsi li elimina (esplicitando la sua operazione), le falsificazioni le usa: ma non ingenuamente, bensì proprio interrogandosi e fornendo a noi ipotesi sui motivi che avevano guidato la mano degli autori delle interpolazioni. Valga per tutti l'esempio dell'interpolazione e dell' "abbellimento" della Cronaca di Fruttuaria, che risulta proprio contenere "tutti gli elementi della ricostruzione del passato". In particolare, inventando l'esistenza di Reghino, figlio di Arduino d'Ivrea altrove mai documentato, l'interpolatore aiutava i Valperga nel loro sforzo di risultare discendenti del famoso re. Curiosa vicenda, quella del mito di Arduino. Così demonizzato, nel primo secolo successivo alla sua morte, da far spegnere nella regione persino la tradizione del titolo di "marchese" (che invece prospera più a sud, nel Torinese), perché legato alla memoria dell' "episcopicida" e, in ogni caso, a quella di un personaggio i cui seguaci erano colpiti da confische. E poi progressivamente recuperato come il più nazionale dei miti locali, ripensato come nobilitante, tanto da determinare la corsa ai collegamenti inventati, con interventi anche araldici (operati dai Valperga, appunto), sugli stessi simboli del potere dell'antico marchese e re.
Bertotti corregge e informa.
Corregge, ancora, quando attribuisce a un periodo ben tardo, il secolo XIV, e ai rapporti con i Savoia la massiccia feudalizzazione dei poteri canavesani. Prima è giusto parlare di signorie e non di poteri feudali. Corregge quando ci spiega che le "contee" di questa zona non hanno nulla in comune con gli antichi distretti carolingi, ma sono "signorie controllate da famiglie che usano il titolo comitale solo per tradizione familiare e lo applicano ai territori concretamente condizionati dai loro castelli. E mantiene spesso questo spirito da correzione anche nelle piccole cose, anche quando, in modo piano e accattivante, descrive la struttura materiale di un borgo.
Informa quando ci illustra i processi di ramificazione dell'aristocrazia originariamente d'ufficio. La ramificazione stessa è "sviluppo signorile , tantè vero che i Valperga, che già sono un ramo, si ramificano ulteriormente; le famiglie signorili sottolinea-no la propria identità "agganciando" - è un termine tecnico della medievistica professionale - i propri titoli di "comites" o di "do-mini ai castelli in cui quotidianamente risied6no e da cui esercitano un potere locale, qualitativamente ormai lontanissimo da quello dei capostipiti.
Informa quando ci presenta la realtà monastica di Belmonte come luogo di contatto del Canavese con il ceto dominante urbano di Asti, ma ancora più quando va a cercare l'intreccio fra realtà e fantasia nelle tradizioni di fondazione degli enti religiosi. I fondatori sono, è vero, spesso consapevoli di costruirsi centri di consenso: ma questa consapevolezza è ancora più accentuata negli eruditi della prima età moderna, che sottolineano il prestigio di tutte quelle iniziative, e vi intravedono un mezzo per esaltare la religiosità e le propensioni al buon governo delle famiglie di cui ricostruiscono il passato.
Ma poiché l'Autore non vuole farsi troppo distrarre da considerazioni di tipo metodologico, ci accompagna anche fuori da quei periodi sia quello delle iniziative aristocratiche sia quello delle ricostruzioni encomiastiche - e ci mostra lo scolorirsi della funzione politica forte delle fondazioni religiose: Belmonte, soprattutto, a partire dal secolo XVII, comincia a occupare un posto diverso, come meta della religiosità popolare. E anche la cultura del popolo, non solo la sua religiosità, si alimenta di miti del passato variamente costruiti: è giusto, come qui si fa, trattare i miti con il rispetto dovuto a vere "esigenze" della memoria collettiva. Ma è anche giusto, con quel rispetto, correggerli o addirittura cancellarli.
COLLANA ORCO ANTHROPOLOGICA
2001
LUCIANO GIBELLI
INCISIONI RUPESTRI ALPINE
TESTO IN ITALIANO E PIEMONTESE

UNAMPIA ESPOSIZIONE DEGLI ASPETTI E DELLE INOPINABILI COMPOSIZIONI FIGURATIVE OFFERTE DALLE INCISIONI RUPESTRI DEL NOSTRO ECUMENE ALPINO, RETAGGIO D'UNA MANIFESTAZIONE DI CULTO E DI COMUNANZA TRAMANDATECI DAI NOSTRI LONTANI PROGENITORI.
APRIRSI A QUESTA COGNIZIONE SIGNIFICA ANCHE ATTUARE UN CONTATTO CON IL MONDO DEL SENTIMENTO E DELLE CREDENZE DEI NOSTRI ANTENATI, SINO AI NOSTRI TRISAVOLI, DA CUI NON PUÒ CHE DERIVARNE PROFONDA E MAGNIFICANTE COMMOZIONE.